42. LA PROVINCIALE by tigrotta [Erotico]

Pubblicato il Autore RPE
42. LA PROVINCIALE di tigrotta New!

Note:

L’erotismo nasce dallo sguardo e dalla nostra testa.

Un adattamento personale del racconto di Moravia.

“Perché mi ha portato qui, Gemma?”, le chiese il commissario, parlandole con tono calmo e fissandola con occhi azzurri e onesti.
 
“Perché è qui che tutto è cominciato; qui, dove i treni non si fermano mai.”, gli rispose lei, col tono sconsolato, mentre lo sguardo le si velava di lacrime. “Mi sedevo sempre a questo tavolino con la mia amica e quando un treno mi sfilava velocemente davanti, mi ripetevo che un giorno ci sarei salita e sarei andata via da qui. Volevo di più, volevo la fama, la ricchezza, volevo tutto ciò che mi veniva concesso di vivere un mese all’anno, quando l’estate dimoravo nella tenuta estiva dei conti Genzano. Lì mi innamorai di Paolo, il figlio del conte e con lui conobbi la passione; qualche estate fa ci salutammo, promettendoci di rivederci presto. Ma evidentemente non era destino che io lo sposassi ed entrambi abbiamo preso strade diverse: lui si è ammogliato con un’amica di famiglia e io ho ceduto alla corte di Vittorio, che all’epoca alloggiava nella camera che mia madre affittava stagionalmente ai precari che insegnavano nel liceo della città. Moglie di un professore sono diventata, altro che attrice ricca e famosa…”, concluse, con tono sarcastico.
 
“Gemma, ho bisogno di capire che cosa mi sta nascondendo; troppe coincidenze riconducono le indagini a lei. Suvvia, mi racconti tutto!”, la sollecitò il commissario.
 
“Non le sto nascondendo nulla. Perché sospetta di me? Che motivo avrei avuto per ucciderla? Non ero io la persona che Elvira frequentava di più. Mi lasci in pace, non ho nulla da dirle!”, gli rispose severa e, piangendo, scappò al di là delle rotaie.
 
Lui la rincorse, chiamandola a gran voce; quando la raggiunse, la afferrò per un braccio. Lei si voltò e si divincolò con stizza, ripetendogli di lasciarla stare. Lui abbandonò la presa. Mai gli era sembrata così bella, con gli occhi lucidi per il pianto, le guance arrossate e i folti capelli scuri scarmigliati.
 
Era arrivato a Orvieto due settimane prima, il commissario Rinaldi, mandato dal comando di Roma, per indagare sull’omicidio della contessa Elvira Coceanu, rinvenuta morta sulla spiaggia di Torvaianica. Lui sapeva fare il proprio lavoro, senza lasciarsi influenzare dalle malelingue e dalle chiacchiere che proliferavano in una cittadina di provincia come quella. Aveva ascoltato la testimonianza del barbiere, del capostazione, della locandiera che gestiva la pensione dove alloggiava Elvira e tutti avevano visto Gemma Foresi intrattenersi spesso con l’eccentrica contessa bionda. Quando lui aveva convocato la donna al commissariato, lei era arrivata in compagnia del marito, con l’aria sommessa e l’espressione innocente. Ma lui sentiva che Gemma le nascondeva qualcosa e che lei e il marito gli stavano mentendo. Lo capiva, osservandoli: la bella signora non riusciva a sostenere il suo sguardo e stringeva nervosamente la borsetta in grembo, mentre il consorte le cingeva la vita con il braccio e rispondeva spesso al suo posto, come a volerla proteggere. Da quel giorno, il commissario non aveva smesso di interessarsi ai movimenti di Gemma, anche perché i modi della donna lo incuriosivano. Gli pareva che lei non avesse nulla a che fare con quell’ambiente provinciale, che sembrava soffocarla e tarparle le ali. Lei era bella, di una bellezza semplice, malcelata dietro a un’espressione triste e rassegnata.
 
La guardò ancora in quei profondi occhi scuri e gli sembrò così vulnerabile, che ne ebbe quasi pietà.
 
“Vada, Gemma, vada pure. Prima o poi mi dirà che cosa la tormenta.”, le disse in tono accomodante.
 
“Non le sto nascondendo nulla, commissario!”, gli rispose lei, sfidando con lo sguardo la trasparenza dei suoi occhi azzurri.
 
Si voltò e si allontanò velocemente. Rinaldi rimase a fissarla in silenzio, affascinato da quella donna bruna che aveva conquistato la sua attenzione, fin dal suo arrivo nella cittadina umbra. Doveva sapere, assolutamente; doveva andare fino in fondo alla faccenda e in cuor suo sperava che Gemma fosse davvero estranea ai fatti. Lei gli piaceva: era bella, era elegante nei modi e gli ricordava vagamente la moglie, morta qualche anno prima in un incidente stradale. Dopo quella tragedia, lui non aveva più provato un’attrazione del genere per nessuna. Fin dal primo incontro, Gemma aveva risvegliato in lui appetiti sopiti. Ma il commissario era consapevole che non avrebbe potuto abbandonarsi al desiderio, fino a quando il caso non fosse stato risolto. E anche allora, non avrebbe potuto averla, dato che lei era sposata. Si stava infilando in un tunnel cieco e doveva uscirne, fino a quando era ancora in tempo per farlo.
 
Una volta a casa, Gemma si lasciò andare al pianto che aveva cercato di frenare davanti al commissario; fra i singhiozzi, ripensò alla propria vita, al rapporto con la madre autoritaria, al matrimonio con il professore che l’adorava ma che non poteva darle ciò che per lei contava, all’amicizia sempre più stretta con la contessa Coceanu, all’ambiente ricco e corrotto che lei le aveva permesso di frequentare e infine alla tragica sera in cui tutte le illusioni si erano sgretolate con l’uccisione di Elvira. Rimuginò sulle proprie responsabilità e sui propri segreti, che ora pesavano come macigni; Gemma stava nascondendo una grave colpa al commissario e un peccaminoso intrigo al marito. Si accarezzò il ventre con un gesto protettivo e tra i singulti, pensò alla vita che le stava crescendo dentro e che era frutto della relazione con l’ingegner Vittoni, conosciuto grazie ad Elvira durante un soggiorno romano.
 
“Povero marito mio…così buono, così accondiscendente…”, si buttò sul letto e pianse disperata, fino ad addormentarsi. Sognò il bambino, sognò l’ultimo incontro con Paolo avvenuto nella villa estiva, proprio la sera in cui Elvira era morta. Sognò di come lui l’aveva baciata e stretta, sentì l’erezione dell’uomo che premeva prepotente contro il proprio corpo, i sensi cedere a quel calore e avvertì il sentimento riemergere. Si stava crogiolando nell’abbraccio del suo primo amore, quando tutto si fece buio. Udì il pianto improvviso di un neonato, mentre in fondo ad uno scantinato tetro e umido, Vittoni la possedeva a ridosso di un muro ammuffito, con tutto l’ardore che un amante riesce a imprimere al proprio amplesso. Mentre lui la pompava come una furia, lei vide Vittorio col bimbo in braccio avanzare verso di loro. Provò a divincolarsi dalla stretta soffocante di Vittoni, ma era troppo debole per riuscirci e lui, sghignazzando, le urlò: “Lascia che quel coglione di tuo marito veda come si fa godere una donna!” e l’aveva penetrata ripetutamente, boriosamente e senza alcun riguardo per lei e per quel pover’uomo che li osservava impassibile, con la creaturina morta fra le braccia.
 
Gemma si svegliò urlando, mentre il sangue si riversava sul lenzuolo candido. Telefonò al marito, che accorse per portarla in ospedale, quando ormai il bambino aveva smesso di crescerle dentro.
 
Rinaldi stava in piedi in fondo al letto, mentre lei dormiva. Era così bella, anche dopo il dolore e la sofferenza dell’aborto. Che cosa avrebbe dato per stare con lei, per consolarla e per darle tutto ciò che poteva desiderare. Sospirando, sistemò in un vaso le rose che le aveva portato e silenziosamente lasciò la stanza, lanciandole un’ultima occhiata carica di desiderio. Tornato nella propria stanza, non poté fare a meno di concedersi piacere, pensando a Gemma, alle morbide curve del suo corpo, alla calda luce dei suoi occhi scuri, che lui immaginava di fuoco durante l’amplesso. Avrebbe voluto possederla da dietro, stringendole il seno prosperoso e baciandole il collo, avrebbe voluto che la sua bocca carnosa si chiudesse sul proprio sesso, per farlo godere, avrebbe voluto farle sentire l’intensità del proprio desiderio, avrebbe voluto farla venire e infine avrebbe voluto abbracciarla e non lasciarla più andare via. Era combattuto, il commissario, sentiva che le indagini non avrebbero potuto andare a buon fine, con tutta quella voglia di lei. Avrebbe dovuto soffocare la passione e comportarsi come conveniva al ruolo che stava ricoprendo.
 
Al ritorno a casa, Gemma si rifugiò nelle amorevoli cure del marito. Si sentiva in colpa, è vero, ma si sentiva anche grata per quell’amore incondizionato e privo di pretese.
 
“Mi dispiace, Vittorio…”, gli disse una sera, con il tono e lo sguardo abbattuti.
 
“Non preoccuparti, Gemma, io farei qualsiasi cosa per te.”, la rassicurò lui.
 
“Sei sempre stato troppo buono con me. Io non ti merito…”, scoppiò a piangere, buttandogli le braccia al collo e riempiendogli il viso di baci.
 
Lui ricambiò il suo abbraccio e la baciò con trasporto, trascinandola sul letto. Si liberò dai vestiti e le fu sopra, per accarezzarla ovunque. Lei lo lasciò fare, benché gli slanci del marito non le avessero mai suscitato l’estasi totale. Lo fece fare, perché era ciò che poteva dargli per ripagare tutto quell’amore, che lei non ricambiava allo stesso modo. Quando le entrò dentro, Gemma agganciò le gambe dietro le sue natiche e assecondò gli affondi delicati del marito, sentendosi protetta. Lo sentì venire, quasi timidamente, dentro di lei e lo baciò, chiudendo gli occhi che le bruciavano per le lacrime.
 
Vittorio si era preso un lungo periodo di congedo dal lavoro, per stare con la moglie; fisicamente si era rimessa presto, ma psicologicamente le sembrava fragile e la causa non era da imputare unicamente all’aborto. Lui le parlava e la consolava, era il marito perfetto e Gemma si sentiva ancora più devastata dai sensi di colpa. Quando si guardava allo specchio, in fondo ai propri occhi vedeva l’ombra del rimorso per aver ceduto alla lussuria e alla sfrenatezza. Ma non aveva potuto farne a meno.
 
Vittoni l’aveva affascinata fin da subito, facendo crollare ogni sua difesa. La prima volta che gli si era concessa fu nel parco di villa Genzano, dove entrambi erano stati ospiti per un paio di giorni. Era una calda sera d’estate, la luna era alta nel cielo e lui l’aveva invitata per una passeggiata.
Una volta entrati nel parco, lui l’aveva presa per mano, conducendola a ridosso di una quercia. Le fu addosso e senza darle la possibilità di ribellarsi, l’aveva baciata avidamente, stringendola e premendola contro il tronco ruvido della grossa pianta. Lei non sapeva come reagire, si chiedeva se divincolarsi sdegnata o abbandonarsi all’eccitazione di quelle effusioni. Infine aveva ceduto. Lui era sceso a baciarle il collo, le aveva abbassato il vestito leggero, le aveva scoperto le spalle e poi il seno, a cui si era attaccato avido come un neonato. I due amanti si erano sdraiati nell’erba fresca e lui le si era calato sopra, alzandole la veste fin sopra l’inguine. Quando il suo sesso l’aveva penetrata, Gemma non aveva potuto fare a meno di godere, assecondando i movimenti di quell’appassionato amplesso e finendo col ritrovarsi invasa del piacere dell’uomo. Era rimasta in silenzio, col suo peso addosso, non sapendo che dire. Dopo qualche istante, Vittoni si era staccato da lei e baciandola frettolosamente, si era alzato con uno scatto per sistemarsi i pantaloni. Quando l’aveva aiutata a rialzarsi, lei aveva notato un lampo di soddisfazione nel suo sguardo e si era sentita improvvisamente a disagio. Si era ripromessa di non cedere più agli assalti di Vittoni, ma la voglia di svago e di mondanità decisero molto presto per lei.
 
Lo incontrò un mese più tardi, a Orvieto, dove l’uomo era giunto per concludere un affare. Tramite la Coceanu, l’uomo l’aveva invitata a cena in un tranquillo ristorantino in collina, poco lontano. Gemma aveva accettato di incontrarlo, solo per dirgli che tra loro non poteva esserci più nulla. Ma non fu facile affrontare il discorso, visto il fascino indiscusso dell’uomo e l’ascendente che aveva su di lei. In auto, durante il ritorno, Gemma si era decisa a parlare, senza preamboli.
 
“Giorgio, tra noi non può continuare, sto facendo un torto troppo grande a mio marito, che non lo merita.”.
 
Vittoni aveva accostato l’auto e il suo sguardo sicuro e canzonatorio l’aveva trafitta.
 
“Gemma, Gemma, com’è ingenua la mia dolce Gemma…”, l’aveva apostrofata lui, accarezzandole una guancia.
 
Lei lo aveva guardato meravigliata, indispettita dal sorrisetto beffardo che gli increspava le labbra.
 
“Di che parli, Giorgio?”, gli aveva chiesto seccamente.
 
“Del fatto che non potrai liberarti così facilmente di me, mia cara. E’ perfettamente inutile che tu faccia la santarellina con me, non sei certo irreprensibile. Noi due ci assomigliamo, Gemma: ci piace il lusso, ci piace la mondanità e ci piace divertirci. Ricordo come ti sei concessa a me la prima volta, non ti sei tirata indietro, anzi…eri eccitatissima, ardevi e ansimavi per me, eri caldissima. Quindi ora tu starai con me, ogni volta che lo vorrò io, se non desideri che questa storia trapeli e arrivi alle orecchie di quel coglione di tuo marito.”. Gli occhi dell’uomo lanciavano lampi di cattiveria, mentre Gemma era rimasta quasi impietrita, ascoltando quelle parole.
 
Lui le aveva stretto forte le mani intorno alle braccia e, attirandola a sé, l’aveva baciata con violenza, costringendola a schiudere le labbra. Gemma aveva tentato di divincolarsi, ma la stretta dell’uomo era troppo forte e in un attimo si era trovata sotto il peso del suo corpo. Sentiva il suo fiato corto addosso, sentiva la sua prepotente erezione spingere contro la propria femminilità e sentiva all’orecchio le sue parole che le gelavano il sangue.
 
“Sei mia, Gemma, sei la mia puttana, e io non permetterò che sia tu a decidere quando dire basta.”
 
Si era slacciato i pantaloni, lo aveva tirato fuori e glielo aveva impuntato, senza lasciarle via di scampo.
 
“Prendilo, Gemma, godi, lo so che solo lui ti fa godere!”, aveva urlato, tronfio.
 
Le aveva tirato su la veste e le aveva strattonato le mutandine, tanto prepotentemente da strapparle e poi, con un ghigno di sopraffazione, glielo aveva infilato dentro, senza alcuna considerazione per le lacrime che le sgorgavano dagli occhi. Gemma lo aveva sentito venire dopo pochi duri colpi e quando l’uomo era uscito da lei ed era tornato sul sedile di guida, lei aveva sospirato sollevata.
 
Per tutto il tragitto di ritorno, i due non si erano parlati; lui teneva gli occhi fissi sulla strada, mentre lei guardava fuori dal finestrino laterale, senza vedere nulla, perché le lacrime che scendevano silenziose le offuscavano la vista.
 
Ormai Gemma era vittima di quell’uomo e lo sarebbe stata fino a quando lui non avesse avuto un motivo per ricattarla. Le uscite con la contessa aumentavano e finivano tutte nella stessa maniera: Elvira toglieva il disturbo, quando Vittoni le raggiungeva in un cinema, in un locale o in un ristorante della capitale. L’ingegnere adorava il potere che aveva su Gemma; pur di non venire scoperta, la donna sottostava ad ogni suo desiderio, fuori e dentro il letto. La trovava condiscendente e calda, adorava prenderla da dietro, sculacciandole le natiche o strattonandola per i capelli. Non gli interessava che lei venisse; il più delle volte la voleva in ginocchio ai propri piedi, completamente nuda e soggiogata al proprio piacere. Se lo faceva prendere in bocca e glielo affondava in gola, fino a provocarle violenti conati di vomito. Lui non la amava, la usava, come fosse una puttana al proprio servizio, godendo di quel potere. A volte le veniva in bocca, costringendola ad inghiottire, altre volte le veniva addosso, dove capitava, in viso, sul seno, fra i capelli, senza alcun riguardo.
 
Il marito di Gemma cominciava a insospettirsi e le faceva domande sempre più frequenti e insistenti.
 
“Possibile che Elvira conti più di me?”, le chiedeva, con lo sguardo sconsolato.
 
Gemma cercava di rassicurarlo, ma si sentiva fra due fuochi e non sapeva come uscirne.
 
“Sta passando un periodo duro; da quando il marito si è impiccato, lasciandola nei debiti, lei cerca disperatamente di aggrapparsi a quel po’ di dignità che le resta. Non posso abbandonarla proprio ora, lei conta su di me.”. Gemma si stupiva di come riuscisse a mentire tanto bene.
 
“Come sei buona, sono davvero un uomo fortunato, ho sposato una santa donna.”, le sussurrava Vittorio, abbracciandola e Gemma si sentiva morire, ascoltando quelle lodi immeritate.
 
Non stava bene; continuava a pensare a quella minuscola vita che le si era spezzata dentro e si era oramai convinta che si trattasse della punizione per la propria leggerezza e la propria superficialità. Pensava a tutto ciò che ne era conseguito: i loschi traffici che avvenivano nella villa, le minacce di Vittoni, l’incidente occorso alla contessa e la morte della donna. Più il marito l’accudiva e la coccolava, più lei si sentiva in colpa. Doveva confessargli tutto, non poteva vivere oltre con quel rimorso.
“Devo parlarti…”, gli comunicò un giorno.
“Che succede, cara?”, chiese lui col sorriso.
“Non so da dove cominciare”, disse, abbassando lo sguardo, “ma mi porto dentro questo peso da troppo tempo.”
Il sorriso dell’uomo si smorzò, mentre lui la osservava con lo sguardo allarmato.
“Amore, che succede? Sai che puoi dirmi qualunque cosa. Ti ascolto.”, la incoraggiò.
Nei suoi occhi, lei cercò il coraggio per proseguire. Sospirò rumorosamente e tutto d’un fiato confessò: “Qualche mese fa alla villa ho conosciuto un uomo e ti ho tradito…”.
Nell’espressione del marito, lei lesse il dolore che quella confessione gli aveva arrecato. Nonostante ciò, proseguì ugualmente.
“È un uomo potente, altezzoso e cinico. Tempo fa mi ha minacciata e mi ha costretta con la forza a stare con lui. Io lo avevo incontrato per troncare la relazione, ma lui non voleva lasciarmi andare. Qualche giorno dopo quella violenza, ho scoperto di aspettare un bambino…”.
Gemma alzò gli occhi su quelli del consorte e ci lesse tutta la sua sofferenza.
“Avevi ragione a sospettare della mia amicizia con Elvira: lei era il tramite che ci faceva incontrare. Tu sei sempre stato troppo buono con me…io non lo merito, non l’ho mai meritato…”, sussurrò la donna affranta, tra le lacrime.
Lui era rimasto silenzioso per tutto il tempo. La fissò qualche istante ancora, dopo che lei ebbe finito di parlare; poi le si avvicinò e la strinse a sé in un abbraccio che scatenò il pianto dirotto della donna. Gemma si chiese come potesse essere tanto comprensivo, dopo ciò che gli aveva confessato.
“Ti amo, Gemma e non c’è niente che non farei per te”, fu la risposta dell’uomo a quel tacito pensiero.

Asciugò le sue lacrime con le labbra, fino a scendere sulla sua bocca schiusa e la baciò con una passione che lei non ricordava o di cui forse non si era mai accorta. Sentì una vampata di desiderio per quel marito bistrattato e si abbandonò, ansimando, a quella sensazione nuova. Lui la sentì talmente fragile e tremante fra le proprie braccia, che il cuore gli si strinse in un moto di tenerezza. Ma quello era il momento per riprendersi ciò che era suo di diritto. La sua virilità gli scoppiava nei pantaloni. Senza indugio, abbassò la cerniera, lo tirò fuori e lo appoggiò all’inguine della moglie. Gemma, con un sospiro eccitato, fece scivolare la veste leggera verso l’alto, allargando le gambe sotto la pressione del marito. Lo sentì sprofondare dentro di lei, duro come non aveva mai sentito e il ritmo si fece subito indiavolato. Si volevano più della prima volta, come non era mai accaduto.
“Sì, Gemma, sei mia, ora sei finalmente mia…”, bisbigliava l’uomo fra le spinte.
“Sono tua…adesso sono solo tua…”, gli faceva eco lei, eccitata.
Quando lui venne, lei lo legò a sé, circondandogli il bacino con le gambe e trattenendolo con le mani per i lembi della camicia sbottonata, sentendolo talmente in profondità, da urlare più volte il suo nome.
Rimasero così, allacciati e ansimanti per qualche istante. Poi lui sollevò il viso su di lei, guardandola con una luce diversa negli occhi, le scostò una ciocca di capelli ribelle dalla guancia arrossata e le disse: “Tutto questo forse era inevitabile, per arrivare ad averti così.”
Lei lo guardò estasiata e nei suoi occhi luminosi colse un lampo di fierezza. Quello era l’uomo che aveva sempre desiderato, ora ne aveva la certezza.
“Adesso che abbiamo chiarito, non dobbiamo più temere nulla, amore mio, nemmeno la giustizia; la morte di Elvira è stata un incidente, tu non ne hai colpa, Gemma. Io ti sono vicino, non permetterò che tu venga incriminata per qualcosa che non hai commesso.”
“Oh caro, caro marito mio, come ho potuto essere tanto stupida e superficiale? Inseguivo la felicità, senza accorgermi che la felicità era starti accanto. Ti amo, Vittorio, ora lo so.”

Mentre lo abbracciava piena di gratitudine, Gemma rivisse l’ultimo incontro con la contessa, con quella donna eccentrica che credeva amica e che invece si era rivelata subdola e pericolosa. Avevano litigato, quella sera alla villa; Gemma non sopportava più di dover mentire e di dover sottostare ai ricatti dell’ingegnere. Elvira aveva preso le difese di Vittoni, perché attorno a loro ruotavano loschi traffici di droga. La contessa attirava i clienti e l’ingegnere smerciava la “roba” durante i numerosi viaggi di lavoro. La villa era il loro covo e tutti coloro che la frequentavano regolarmente, erano tacitamente d’accordo coi due fanfaroni, traendone profitto. Quando Gemma uscì dalla tenuta Genzano sbattendo la porta e minacciando di denunciare tutti alla polizia, la contessa Coceanu la seguì, per dissuaderla. Dapprima cercò di farlo con le maniere buone; poi, rendendosi conto che l’amica non le dava retta, provò a intimorirla con un coltellino. Gemma fu presa dal panico e spintonò la donna che le si era avvicinata minacciosa; la contessa perse l’equilibrio e andò a sbattere contro una grossa pietra sepolta sotto la sabbia della spiaggia di Torvaianica. Elvira non dava più segni di vita e Gemma scappò terrorizzata, prese il primo treno per Orvieto e tornò a casa dal marito, raccontandogli l’accaduto fra i singulti. Vittorio l’abbracciò e con la sua solita calma la consolò. L’avrebbe protetta da tutto e da tutti, l’avrebbe protetta anche in quel frangente.

Adesso che Vittorio era a conoscenza di ogni cosa, sarebbe stato più facile. Gemma, dal canto proprio, era più serena, da quando aveva trovato il coraggio di confessare tutto al marito. Era certa che quello sarebbe stato un nuovo inizio per entrambi. Ma qualcosa minacciava quella ritrovata serenità: la curiosità e la caparbietà del commissario. Rinaldi aveva l’obbligo di giungere alla conclusione delle indagini sulla morte della contessa e non avrebbe dato tregua a Gemma, che considerava, nonostante la forte attrazione che provava per lei, la più probabile responsabile. Ne seguiva i movimenti da lontano, senza aver ben chiaro se fosse un dovere o un piacere; sicuramente quella donna lo affascinava molto e le sue curve morbide e sinuose gli facevano perdere il sonno. Durante gli appostamenti nei pressi dell’abitazione della donna, Rinaldi si faceva rapire dalle proprie fantasie, che sempre più spesso assumevano una consistenza prepotentemente erotica. Osservava l’ombra di Gemma muoversi dietro la finestra e la immaginava seminuda al di là delle tende. Chiudeva gli occhi e si vedeva dietro di lei, a inchiodarla con la forza del proprio desiderio; la sentiva gemere sempre più rumorosamente, mentre la penetrava da dietro, strizzandole il seno, per possederla più a fondo. Lei pronunciava il suo nome con la voce spezzata dall’eccitazione e lui la scopava sempre più furiosamente, fino a sciogliere il desiderio in un orgasmo dirompente. La immaginava oscenamente aperta al propio piacere, accogliente e lussuriosa come nessun’altra. Quando il commissario riapriva gli occhi, si ritrovava a cazzo duro, in preda alla voglia repressa. Per lui era una situazione davvero frustrante: non avrebbe mai potuto avere quella donna, neppure per una volta. Era sempre più difficile rimanere indifferente a quel fascino prorompente e a quella fragilità celata dietro un velo di malinconico distacco. Era rapito da Gemma ogni giorno di più.

Un pomeriggio il commissario ricevette una telefonata dal comando di Roma, che lo informava che il caso era stato risolto: la contessa era stata uccisa in seguito a una rapina. Rinaldi, poco convinto, sentì odore di bruciato e, salendo sul primo treno, si diresse nella capitale per sottolineare che sarebbe andato fino in fondo e avrebbe scoperto il movente e il responsabile dell’uccisione della Coceanu. Chiunque avesse pagato, per insabbiare il caso, non l’avrebbe passata liscia.
 
Una mattina arrivò al comando un biglietto anonimo, che consigliava di indagare sull’ingegnere Vittoni. Il suo nome non era nuovo al commissario; tempo prima lo aveva visto annotato nell’agenda della contessa, accanto ad altri nomi altolocati, come quello del conte Genzano. Quando Rinaldi domandò notizie più dettagliate al proprio appuntato, apprese che l’ingegnere era stato visto più volte in compagnia di Gemma presso villa Genzano.

Il commissario decise di fare una capatina a Torvaianica, per una chiacchierata informale col conte. Da lì, tornò con la convinzione che fosse stato proprio lui a voler insabbiare il caso, per proteggere il figlio Paolo e per nascondere loschi affari e individui malavitosi. Con tono laconico, l’uomo gli aveva parlato di Gemma, del rapporto con la madre mentre lavorava come cameriera presso la villa, della simpatia tra la ragazza e Paolo, della sua vicinanza ambigua alla contessa e della sua tresca con Vittoni. Tutto riconduceva costantemente a Gemma. Il commissario giunse alla conclusione di non poter più evitare di interrogare formalmente la donna, sconsolato per tutte quelle coincidenze.

Contemporaneamente, Rinaldi aveva aperto un fascicolo su Vittoni, se non altro per poter avere un quadro generale più chiaro e completo possibile. Indagando su di lui, il commissario era giunto alla conclusione che chi aveva scritto quel biglietto, sapeva esattamente che cosa stesse facendo. L’ingegnere aveva le mani in pasta in molti affari poco limpidi e sicuramente godeva della protezione di un personaggio importante, perché tempo prima era stato pesantemente indagato per traffico di droga, ma poi era stato completamente scagionato, senza alcuna conseguenza penale. L’intuito suggeriva al commissario che l’uomo potente, che aveva aiutato Vittoni a liberarsi della giustizia, potesse essere proprio il conte Genzano. Tutto si incastrava alla perfezione: due uomini d’affari, la facciata di una villa dove venivano organizzati festini con persone dell’alta società e una ricchezza notevole. Rinaldi doveva solo capire che posti occupassero Gemma e la Coceanu in questo puzzle che stava prendendo forma.

“Il commissario mi ha convocata nuovamente in centrale!”, riferì Gemma al marito.

“Ci siamo, amore mio; adesso è il momento della verità, non possiamo più tirarci indietro. Ci toglieremo questo peso, diremo come stanno le cose.”

Vittorio abbracciò la moglie e la sentì tremare.

“Non preoccuparti, andrà tutto bene.”, la rassicurò.

Qualche giorno dopo, Gemma si ritrovò alla centrale, per rispondere ad alcune domande sul rapporto con Vittoni. L’ingegnere era scappato ad un posto di blocco e si era schiantato con l’auto contro una pianta, morendo sul colpo.

“So che avevate una relazione, Gemma. Non mi interessano i retroscena, vorrei solo capire che cosa avesse Vittoni da nascondere alla giustizia, per sottrarsi ad un posto di blocco stradale!”

Gli occhi azzurri del commissario erano duri e penetravano Gemma, per metterla alle strette. La donna ammise di aver frequentato l’ingegnere, descrisse il cinismo e la cattiveria dell’uomo e riferì il suo coinvolgimento in traffici di droga. Villa Genzano era il luogo di ritrovo per organizzare gli affari e lì tutti ne erano consapevoli.

“Ora mi dica, Gemma, quale nesso esiste fra la morte della contessa e tutto questo!”

Gemma non riusciva a sostenere lo sguardo indagatore di Rinaldi; non si poteva mentire alla limpidezza e all’onestà di quegli occhi.

“Le racconterò tutto…”, bisbigliò la donna, con un sospiro.

“L’ascolto”, la incoraggiò il commissario, con tono più morbido. Era così bella, con l’aria fragile e rassegnata. Poteva vedere i palpiti del suo cuore sotto la camicetta leggera e aderente. Aveva un magnifico seno, ne immaginava la forma attraverso la scollatura. Teneva le magnifiche gambe accavallate e muoveva nervosamente il piede, infilato in un’elegante décolleté nera col tacco. Il commissario distolse lo sguardo da quel piede, soffocando l’improvvisa voglia di sentirlo strusciare sul proprio inguine.

“Elvira in realtà non era come appariva.”, esordì Gemma.

Il commissario la fissò con aria interrogativa. La donna inspirò rumorosamente e continuò a parlare. Raccontò al commissario di quanto inizialmente la donna fosse simpatica, della piacevolezza di stare in sua compagnia, di tutte le gite a Roma e delle feste a villa Genzano; raccontò della gente facoltosa che quell’amicizia le aveva permesso di frequentare e della promessa di farla diventare un’attrice. Infine raccontò i retroscena di quella amicizia: i traffici, l’insofferenza e i capricci della della contessa, abituata ad ottenere qualsiasi cosa. A quel punto, tutti gli sfarzi dei festini e i sorrisi della gente altolocata si stavano trasformando in un incubo, in cui Elvira stava trascinando Gemma per trattenercela con le unghie. Riferì del complotto tra la contessa e Vittoni e del proprio involontario e passivo coinvolgimento in tutto questo. Per un lungo periodo, gli eventi le avevano preso la mano e Gemma era stata incapace di sovvertire un destino ormai tracciato, fino alla confessione al marito della propria tresca con Vittoni. Al commissario, che l’ascoltava con la massima attenzione, Gemma raccontò dell’ ultima fatale serata a villa Genzano, quando si era ribellata a tutto e tutti, minacciando di raccontare ogni cosa alle autorità; riferì di essere uscita da lì, sbattendo la porta e di essere stata seguita da Elvira, che l’aveva presa a male parole, ricattandola e minacciandola con un coltellino. Con le lacrime che cominciavano a sgorgarle dagli occhi, Gemma descrisse il panico di quegli istanti concitati, la spinta e la caduta della contessa, la paura e la corsa su quel treno verso casa, fra le braccia di Vittorio.

“Si calmi, Gemma!”, le disse il commissario, porgendole un fazzoletto. Gemma si asciugò le lacrime e fissò negli occhi il commissario, che lesse la paura e la preoccupazione della donna. Si sentiva improvvisamente impotente davanti a quello sguardo ferito e disarmante. Avrebbe tanto voluto abbracciarla e rassicurarla, invece il proprio ruolo non glielo consentiva.

“Che cosa succederà, ora?”, gli domandò la donna.

“Ora bisogna scrivere un verbale, formalizzando questa sua deposizione e poi…poi…sarà il tribunale a decidere.”

Aveva pronunciato le ultime parole con angoscia, perché, a dispetto della propria posizione e di tutti gli impedimenti, quella donna gli era entrata dentro.

“Commissario, mi aiuti lei! Io mi sono solo difesa…”, Gemma era disperata. Stringeva le maniche della giacca beige del commissario, per aggrapparsi a quella che le sembrava l’ultima speranza fra sé e la prigione.

“Gemma…mia povera Gemma…”, rapito dal profumo e dalla vicinanza della donna, Rinaldi si era lasciato andare al sussurro di quelle parole e a una fugace carezza sulla sua guancia. Avrebbe voluto osare di più, arrivando a impossessarsi di quelle labbra schiuse e carnose. Come avrebbe voluto stringerla e farla sua su quella scrivania, possederla con tutto il desiderio represso nei mesi di permanenza ad Orvieto. Chiuse gli occhi per un istante, fissando quell’eccitante immagine nella mente e li riaprì, per concentrarsi unicamente sul proprio ruolo istituzionale.

“Venga nel tardo pomeriggio, per firmare il verbale. Vedremo di sistemarlo nella forma a lei più favorevole possibile. Questo, purtroppo, è tutto ciò che posso fare. Mi dispiace. Veramente, Gemma, non immagina quanto…”

I suoi occhi azzurri la fissarono con un’intensità, che non sfuggì alla donna. Purtroppo, l’attrazione che il commissario provava per lei non le sarebbe stata di alcun aiuto. Col passo rassegnato e lo sguardo spento, Gemma lasciò la caserma.

“Devo salvare mia moglie dalla galera!”, questo era il pensiero di Vittorio, mentre si dirigeva speditamente verso la centrale.

Quando il telefono squillò, Gemma si precipitò a rispondere, in apprensione per il marito di cui non aveva notizie da qualche ora.

Dall’altra parte, la voce calda del commissario la informava che Vittorio si trovava in caserma per rilasciare una confessione. Gemma riagganciò la cornetta confusa e, col cuore in gola, si precipitò alla centrale. L’accolse Rinaldi, che le spiegò in breve che l’uomo aveva dichiarato di aver ucciso la contessa in seguito a un raptus di gelosia.

Gemma era sbigottita. Il commissario aggiunse che la versione di Vittorio era piuttosto credibile.

“No, non è possibile! Lui non si trovava nemmeno lì!”

“Lo so, Gemma, io le credo. Suo marito la ama talmente, da aver fornito una dichiarazione di colpevolezza fasulla, pur di scagionarla da qualsiasi accusa.”

“Oh, Vittorio…”, sussurrò sgomenta la donna, lasciandosi cadere sulla sedia che il commissario le aveva portato.

“Avrei potuto accennarglielo questa mattina; resta un dubbio da chiarire, Gemma, per fare luce sulla verità.”

“Quale dubbio, commissario?”, chiese la donna con un barlume di speranza negli occhi.

“Un dubbio che, risolto, scagionerebbe lei e suo marito da qualsiasi implicazione nell’omicidio della Coceanu! Sto aspettando il responso di alcune analisi. La contatterò, appena saprò qualcosa. Vada a casa, Gemma e stia tranquilla. Io sono dalla parte della giustizia e farò il possibile per mettere chiarezza in questa storia.”

“D’accordo commissario, ho fiducia in lei e nelle sue parole.”, le disse la donna, stringendo le mani del commissario nelle proprie.

“Non lasciare le mie mani, Gemma…”, pensò l’uomo, mentre, suo malgrado, fu costretto a lasciarle. Se solo non fosse stato un poliziotto, se solo l’avesse incontrata lontano da tutto quello, da Orvieto, dalla caserma, da suo marito, l’avrebbe amata come meritava. Invece non poteva; malgrado la volesse con tutto se stesso, non poteva lasciarsi andare. Non avrebbe mai potuto svegliarsi con lei in un letto sfatto, sentire il profumo dei suoi capelli corvini, assaggiare le sue labbra, sfiorarne il seno florido e tuffarsi nel suo sesso. Non poteva. Nonostante l’immensa voglia di lei.

Con un colpo di tosse si schiarì la voce e le idee, congedando Gemma e le sue lunghe gambe tornite. Provò quindi a mettere da parte l’immagine delle curve sinuose della donna e si mise al lavoro, con la ferrea volontà di scagionare Gemma dalla responsabilità di quel maledetto omicidio.

“Sono arrivate le analisi di laboratorio?”, domandò con ansia all’appuntato, che gli consegnò un documento in busta chiusa.

“Fa’ che sia come penso!”, scongiurò il commissario, leggendo col fiato sospeso il responso che attendeva da un paio di giorni.

Tirò un sospiro di sollievo, quando lesse che le impronte rinvenute sul coltellino, trovato vicino al corpo esanime della contessa, erano di Vittoni. L’idea di far analizzare il piccolo coltello era venuta a Rinaldi, dopo aver ricevuto il biglietto in cui un anonimo gli suggeriva di indagare sull’ingegnere. Prima di quel momento, quell’oggetto era stato praticamente ignorato ai fini dell’indagine, non rappresentando l’arma del delitto.

“Lo sapevo!”, esclamò Rinaldi, precipitandosi al telefono, per parlare con l’agente responsabile dell’indagine scientifica.

“E non è tutto, commissario! Studiando la dinamica della caduta della contessa, siamo giunti alla conclusione che la pietra, sulla quale la Coceanu ha sbattuto fatalmente la testa, in realtà le è stata scagliata contro con violenza.”

Ora il puzzle era completo: Gemma e la contessa avevano litigato; quest’ultima aveva estratto un coltellino per intimidire Gemma, che l’aveva spinta; Elvira aveva perso l’equilibrio, cadendo e battendo la testa, non tanto violentemente da morire, ma sufficientemente forte da perdere i sensi. Gemma, spaventata, era scappata, credendo di aver ucciso l’amica. Quando la Coceanu era rinvenuta, si era trovata di fronte Vittoni, che, in seguito a un probabile litigio su denaro o affari, l’aveva colpita con una grossa pietra, dopo averle preso di mano il temperino, lasciandovi sopra le proprie impronte.

Rinaldi non poteva aspettare il pomeriggio, per comunicare la bella notizia a Gemma. Oltretutto Vittorio era stato fermato in caserma per accertamenti, dopo la sua confessione e lui non poteva permettere che quell’uomo pagasse oltre per il proprio altruismo.

Telefonò a Gemma, dicendole che sarebbe passato da lì a breve a casa sua. Non aggiunse altro, lasciando la donna in un comprensibile stato di ansia.

Quando aprì la porta al commissario, Gemma notò la sua espressione e si augurò che preludesse a una buona notizia.

“È tutto a posto, Gemma! Entrambi sarete scagionati da qualsiasi implicazione con l’assassinio della Coceanu!”

La donna lanciò un urlo di gioia, sentendosi finalmente libera da quel peso increscioso e, senza pensarci, buttò le braccia al collo del commissario, che rimase per un istante frastornato da quello slancio inaspettato. Fu un attimo: Rinaldi prese il viso di Gemma fra le mani e la baciò sulla bocca. Quando sentì che lei schiuse le labbra, si abbandonò alla frenesia di quel bacio, intrecciando la propria lingua con quella della donna. Sentì immediatamente il calore salirgli dall’inguine. Non poteva più resistere al desiderio di toccarla ovunque. Le accarezzò il seno chiuso in un golfino attillato e la sentì gemere sommessamente.

“Oh, Gemma, quanto ti voglio…Gemma…”, sussurrò l’uomo, inspirando il profumo dei suoi lunghi capelli corvini. La baciò sul collo, ripetutamente, per scendere fino all’incavo del seno.

Gemma non lo fermò, anzi, lo assecondò, rapita dall’estasi che il commissario le faceva provare col tocco della propria bocca e delle proprie mani. Staccandosi per un attimo da lei, le slacciò il golfino, scoprendole finalmente il magnifico seno. Lo ammirò qualche secondo, per poi baciarlo in preda a una febbrile eccitazione, cui non riusciva a mettere freno. Gemma lo fece fare, accarezzandogli la testa.

Non si fece domande, Gemma; non si fece domande, neppure quando il commissario la svestì lentamente, restando ad ammirarla estasiato. Non si fece domande, quando l’uomo la fece adagiare su un divanetto e si tuffò in mezzo alle sue cosce, per dissetarsi del succo del suo sesso. Gemma non si fece alcuna domanda, godendo della lingua che la penetrava e delle mani che l’accarezzavano. Lasciò che tutto avvenne con estrema naturalezza: lasciò che il commissario lo tirasse fuori, lasciò che glielo infilasse nel profondo, lasciò che la penetrasse con spinte lente e con tutto il desiderio che lei aveva risvegliato in lui e infine lasciò che lui le venisse dentro, con un rantolo liberatorio.

“Gemma, sapessi quante volte ho immaginato e sognato tutto questo. Non pensare che io sia un uomo egoista, un porco senza morale; quando mi hai buttato le braccia al collo, non ho capito più nulla, la ragione mi si è annebbiata e non ho sentito altro che il tuo splendido corpo fra le mani. Perdonami, Gemma.”

In quell’attimo, era il commissario a fare tenerezza alla donna. Lei lo rassicurò con un sorriso.

“Mi è piaciuto e probabilmente è stato il mio modo per farti capire quanto io ti sia grata per ciò che hai fatto. Non mi sento in colpa per questo e non voglio assolutamente che tu ti senta un essere meschino. Sei una bravissima persona.”

“Grazie a te, Gemma! Dopo la morte di mia moglie, credevo che non avrei mai più amato un’altra donna. Tu mi hai fatto credere che forse potrà succedere ancora, prima o poi. Ero un uomo a metà, tu mi hai dato una nuova speranza.”

Quando il commissario uscì dalla casa di Gemma, la salutò con un sorriso luminoso e la donna si tuffò per l’ultima volta in quegli occhi azzurri tanto sinceri. Lui non l’avrebbe mai cercata; lei sarebbe tornata ad essere la moglie innamorata di un professore, finalmente soddisfatta della propria vita da provinciale.